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Adesso capiamo da dove prendono spunto tutti i film americani tipo Armageddon, The day after tomorrow o Indipendence Day: questo popolo e’ un pochino invasato. Invasato nel senso che per domani e’ previsto l’arrivo di una tempesta di neve di quelle da spazzare via la citta’ e noi oggi ci siamo sentiti un po’ nel bel mezzo della scena cruciale di un film hollywoodiano in cui i protagonisti stanno in casa, un po’ spaventati e atterriti, ad aspettare che arrivino gli alieni.
Perche’ diciamo questo? Semplice — oggi, nell’ordine, ci sono successi i seguenti episodi:
- Ci hanno cancellato un meeting di lavoro per domani, causa neve.
- Ci sono arrivate tre email dai nostri datori di lavoro dicendo che gli uffici saranno aperti, ma di prepararsi, perche’ ci saranno molti disagi, causa neve.
- Ci hanno chiamato per annullare una lezione che avevamo in programma domani sera, causa neve.
- Ci hanno erroneamente chiamato quelli della American Airlines dicendo che il nostro volo New York-Miami (se’, magari!!) e’ stato cancellato, causa neve.
- Siamo andati a fare la spesa e la coda per pagare arrivava fino alla porta di ingresso del supermercato, e gli scaffali erano quasi tutti vuoti. L’argomentazione dei commessi per il delirio era: “Tutti si stanno preparando, domani sara’ impossibile procacciarsi del cibo, causa neve”.

Per ora, 22.30 ora locale, della neve neanche l’ombra. Che abbiano esagerato come sempre? Che debba davvero scendere il secondo diluvio universale in forma solida? Sta di fatto che siamo qui, in casa, attendendo che qualsiasi cosa che deve arrivare arrivi. Vi terremo aggiornati ;)

Come ormai avrete capito, per equilibrare la mia dieta — e per non cadere addormentata faccia piatta sulla tastiera a meta’ pomeriggio — cerco di mantenere il mio pranzo il piu’ leggero possibile. E cosi’ mi trovo spesso a mangiare montagne di insalatone.
Per fortuna, a New York c’e’ parecchia scelta anche per insalate — ad esempio c’e’ una catena che si specializza proprio in quello e che si chiama Guy and Gallard. Cosi’ oggi durante la pausa pranzo sono andata giusto dietro l’angolo a prendermi un pasto semi fai-da-te. Dico semi fai-da-te perche’, a differenza dei salad bar di Wholefoods, da Guy and Gallard quello che si fa e’ indicare con un dito quello che vorremmo avere nella nostra insalata all’omino addetto alla creazione insalate.
Di solito prendo una Small Romaine (che il dizionario mi dice essere lattuga romana), con dentro piu’ o meno di tutto (tonno o pollo, carciofini, mais, pomodori, ceci, uova, e chi piu’ ne ha piu’ ne metta), per una cifra che si aggira tra i $5 e i $9: il prezzo dipende da quanti ingredienti si vogliono aggiungere. Nel prezzo e’ anche incluso un panino, che pero’ dovete specificatamente chiedere alla cassa (non ho ancora capito se fanno i furbi, si dimenticano o se non tutti lo vogliono ed e’ quindi a richiesta…)
Gli ingredienti sono freschi e l’insalatona riempie parecchio — l’ideale per un pranzo estivo all’aperto, soprattutto se andate in quello dove sono andata io oggi: davanti a Penn Station e Madison Square Garden, dove abbondano muretti su cui sedersi, e di fianco al FIT (Fashion Institute of Technology), una scuola di fashion design, dove e’ possibile accamparsi fuori al sole, in mezzo agli studenti (per un’esperienza alla Beverly Hills 90210!)

A volte ce lo si dimentica, ma viviamo su un’isola, e pertanto viviamo in una città di mare. A parte il porto, il ponte di Brooklyn e i tunnel per entrare e uscire dalla città (tutte cose che non vediamo molto spesso), a ricordarci la nostra posizione geografica ci sono sempre l’odore di pesce vicino all’East River d’estate e…i gabbiani d’inverno.
Ieri per esempio, stavo passeggiando lungo la 1st Avenue e mi sono ritrovata davanti ad uno Shelter (ovvero quei luoghi che accolgono i senzatetto d’inverno e gli garantiscono un posto per dormire e un pasto caldo). Davanti all’ingresso principale dei volontari stavano sbaraccando i tavoli che avevano preparato per servire i pasti caldi: l’intera operazione era attentamente tenuta sotto controllo da uno stormo di gabbiani (enormi, tralaltro) alla ricerca di qualche tozzo di pane avanzato.
Appena una ragazza ha gettato delle briciole per strada, l’intero gruppo è piombato su di lei, lottando per il cibo.
L’intera scena sembrava essere uscita da un film del terrore (l’edificio alle spalle è un noto ospedale psichiatrico su 1st Avenue, un pò fatiscente, con tanto di cancello con catenaccio ed edera e rovi sui muri) — ma ritornata in me, l’unica frase che mi è saltata in mente è stata: “Ah, già è vero che vivo in una città di mare, con tutti questi grattacieli a volte me lo scordo”.

Noi e la Moka Esplosiva

Ieri sera siamo stati invitati a cena da un nostro amico italiano in trasferta lavorativa a New York per un mese. Amante della Lunigiana e delle sue prelibatezze ci aveva promesso una cena a base di testaroli al pesto di provenienza italiana. Dopo cena, per coronare quello che e’ stato un vero e proprio trionfo per le nostre papille gustative, decidiamo, da bravi italiani, di fare il caffe’. Dunque dopo un piatto di testaroli al pesto, cinque fette di bresaola a testa, innumerevoli assaggi di tris di formaggi, mille milioni di olive verdi, due brownie a testa, una bottiglia di vino rosso e una bottiglia di passito di Pantelleria, ci siamo cimentati nell’arte italiana per eccellenza: preparare la moka. 
Mentre aspettavamo pazienti che il caffe’ salisse, parlando di quanto l’appartamento fosse super lusso, di quanto fosse bello, pulito, grande, e soprattutto con una vista stratosferica — diociottesimo piano esattamente davanti all’Empire State Building — all’improvviso la moka ha deciso di esplodere e creare un Picasso sul muro (ovviamente bianco) dell’anticamera — si, anticamera (e se e’ arrivato fino all’anticamera, immaginate com’era la cucina!). La nostra serata e’ quindi terminata con, nell’ordine: espressione di incredulita’, risata corale per l’assurdita’ della situazione, spugne e stracci in mano per cercare di far andar via l’effetto maculato dal muro, il tutto mentre ridevamo come matti, altro caffe’ (questa volta nella tazza), e dubbio amletico su se andare a comprare un po’ di vernice nel mitico negozio di ferramenta aperto 24 ore su 24 sulla 3rd Avenue e 29esima, riverniciare il muro e far finta di niente. 
Insomma, morale della favola: NON COMPRATE le Moke fatte nel New Jersey — la guarnizione non e’ salda e il filtro potrebbe accidentalmente cadere fuori. Se volete un buon caffe’ all’italiana, portatevi la moka da casa. O non bevete una bottiglia di passito di Pantelleria prima di caricarla.

Vi ricorderete il nostro appello disperato di qualche giorno fa riguardante la pizzeria che cercava un cassiere…be’, non sappiamo cosa sia successo, ma passandoci davanti ieri sera abbiamo notato che dopo piu’ di 895 giorni, 13 ore, 18 minuti e una manciata di secondi, il cartello era sparito!
Siamo rimasti a bocca aperta e con il dito puntato verso la vetrina per circa cinque minuti — ci siamo ripresi dallo shock, ma ancora non ci spieghiamo come sia stato possibile!
In ogni caso, chiunque sia stato, qualsiasi cosa sia stata fatta, GRAZIE! :D



Solo Contemplation, originally uploaded by iNewYork.it.

(Commento del lettore tipo dopo aver letto il titolo: “Ma che cavolo di rubrica e’ se dite che ci presentate angoli nascosti della City e poi ci ritroviamo un post sul MoMA?”)
E invece, cari lettori, anche questo post, come tutti gli altri, ha un senso (almeno, per noi, vi assicuriamo, ce l’ha! :) ) Nonostante il MoMA non sia esattamente l’angolo piu’ nascosto della City infatti, ci sono alcune piccolezze che potrebbero sfuggire all’occhio poco attento: se siete gia’ stati a New York, saprete esattamente quali quadri e sculture sono esposte in questo museo di fama internazionale. Il fatto e’ che anche se nella City non ci siete stati affatto sapete elencare almeno un paio di opere famose qui presenti. Non staremo qui a discutere la differenza di esperienza tra il vedere un quadro o un’opera dal vivo o leggere la sua descrizione su un libro di storia dell’arte — ci vogliamo invece soffermare su quel piccolo particolare di cui parlavamo prima: le persone.
Si, perche’ magari non l’avrete notato, ma il MoMA e’ una delle palestre piu’ eclatanti ed eccitanti per un sociologo o un fotografo, o semplicemente per chi ama osservare cio’ che gli sta attorno. E se ci andate di venerdi sera, quando l’entrata e’ gratuita, la fauna attorno a voi sara’ molto “newyorkese”. Per la maggior parte soli, ma a volte anche accompagnati, gli avventori del venerdi sera passano dall’essere tre signore anziane vestite da serata di gala nel mezzo di un’uscita sole donne, alla coppia lui super colto e lei con l’espressione da “E questo lui lo considera un primo appuntamento galante??”, dal papa’ che spiega l’arte alla figlia, alla ragazza in solitario che medita di fronte a pitture astratte, dalla soddisfazione di comprendere l’ispirazione dell’artista grazie ad una guida, al mezzo sorriso di chi si mette in posa plastica per la foto di rito.
Se e’ vero che viaggiare non significa vedere nuovi posti, ma avere nuovi occhi, be’ non ci resta che invitarvi a varcare la soglia del MoMA con uno spirito curioso che vada ben oltre l’apprezzamento dell’arte, fino a conoscere la vera essenza della Big Apple: chi vi ci abita.

Mi sono accorta che e’ passato parecchio tempo dal primo post sulle mie avventure in pausa pranzo — questo non significa che abbia smesso di mangiare (anzi…), ma solo che stavo soffrendo da un momento di “overwhelming-ness” tipica della City. :)
Oggi e’ giunto il momento di riprendere le fila di quel discorso e consigliarvi qualche altro posto per un pranzo o una cena coi fiocchi. Sono infatti appena tornata dal supermercato WholeFoods, che ultimamente e’ diventato uno dei miei luoghi preferiti per la pausa pranzo. Il motivo? Semplicemente perche’ hanno il cosiddetto “Salad Bar”, che consiste nella possibilita’ di crearsi la propria insalata scegliendo personalmente gli ingredienti. Oltre al Salad Bar, Wholefoods offre anche uno spazio riservato alle zuppe (ottime, specialmente la New England Clam Chowder — zuppa di vongole — e la Matzo Ball Soup — specialita’ ebrea che pertanto e’ scovabile solo sotto le festivita’ ebraiche, e che mi ricorda tanto i canederli), un’area di cibi esotici (indiano, sudamericano e messicano), un bancone con cibi gia’ pronti (pollo allo spiedo, pasta ai quattro formaggi (chiamata mac’n'cheese)) e, per la delizia delle vostre papille gustative, un “Dessert Bar”, dove il Tiramsu e’ sempre presente (e buonissimo!)
Oggi ho optato per Mac’n'Cheese (Maccheroni e Cheese) e per una zuppa di pollo — il tutto per meno di 10 dollari.
La prossima volta che siete nella City, doveste trovarvi vicino ad un Wholefoods, il consiglio e’ quello di buttarcisi a capofitto e crearvi il pranzo che piu’ vi si addice. Dovesse essere inverno, scegliete gli store piu’ grandi (in Union Square o su Houston Street) che hanno uno spazio apposito con tavolini al secondo piano. D’estate invece, fiondatevi in un parco a caso per un picnic di leccornie!

Settimana scorsa mi è capitato di essere nei paraggi di Times Square, dove ho potuto finalmente vedere dal vivo la “pietra dello scandalo” che ormai ci insegue dall’inizio dell’anno: President Obama mentre guarda l’infinito e oltre sulla Grande Muraglia, il tutto su un cartellone pubblicitario. “A Leader in Style” recita l’affissione della WeatherProof, il brand che ha letteralmente sfruttato l’immagine del Presidente degli Stati Uniti — ebbene si, sfruttato, perchè la ditta non ha chiesto il consenso della Casa Bianca (cosa che gli sarebbe stata negata, data la natura illegale della domanda :S) — per fini commerciali. Al contrario, dopo aver acquistato i diritti della semplice foto, ne hanno fatto una gigantografia e innocentemente piazzata in Times Square. Per tutti coloro interessati all’argomento, vi rimando ad un articolo che ho firmato per una testata di marketing. Per chi invece fosse interessato a vedere il cartellone, vi comunichiamo che dal vivo non sarà più possibile (la Casa Bianca ha dato l’ordine di toglierlo) — purtroppo vi dovrà bastare la fotografia qui sotto… :(

Ci sono due negozi che gli appassionati di fotografia non possono perdersi a New York: B&H, il famoso store gestito interamente da ebrei (e quindi chiuso il sabato), all’avanguardia tecnologica e con modelli appena lanciati sul mercato, e Lomography, uno store molto più piccolo, per gli appassionati della mitica Diana F+. Essendo dei convertiti al digitale, ma col cuore ancora analogico (e chi si scorda la nostra prima macchina Fuji, tutta manuale, di ben terza mano, comprata con i soldi delle paghette mensili??) bazzichiamo regolarmente entrambi i negozi, e non ci facciamo scappare i workshop e i seminari più interessanti di entrambi. Oggi era il turno di Lomography, che ha ideato una vera e propria caccia al tesoro in giro per New York, alla ricerca di scatti “particolari” che potevano far vincere una macchina fotografica analogica sullo stampo delle Diana F+.
Appena arrivati sul posto, siamo stati divisi in gruppi, equipaggiati con una macchina fotografica e una lista di oggetti e situazioni più improbabili da registrare su pellicola (come 10 persone che saltavano tutte insieme, o una foto di gruppo con un poliziotto). Click uno, click due, click tre: che il gioco abbia inizio!
Essendo New York, abbiamo molto spesso percorso i nostri tragitti in taxi (una caccia al tesoro alquanto posh!), scattato le nostre foto e ritornati al negozio in più o meno un’ora e tre quarti di corsa a meno sei gradi — alla fine il nostro gruppo si è aggiudicato il terzo posto parimerito con un altro team, e abbiamo vinto un portachiavi (certo, non era una macchina fotografica…ma sarà sicuramente per la prossima volta!)
Strategia di marketing alquanto comune, questo tipo di gioco collettivo è molto in voga a Manhattan — e ha effetto anche sui più scettici markettari. Doveste dunque in futuro partecipare ad uno dei milioni di seminari o workshop di B&H o Lomography…bè, preparatevi ad aprire il portafogli dopo e tornare a casa con un nuovo gioiellino!

Appello Disperato!

Sono esattamente 895 giorni, 13 ore, 18 minuti e una manciata di secondi che vediamo il cartello “Cercasi Cassiere” sulle vetrine della pizzeria d’asporto su 14th Street, tra la 3rd Avenue e la 2nd Avenue. Che li abbiano trovati e poi licenziati, che sia una tattica di marketing o se lo siano dimenticato fuori…questo non lo sappiamo. Ma vi prego, fate qualcosa!!!

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